Calabrian Chronicles: Caulonia, and so we begin…

The drive in to Caulonia
The drive in to Caulonia

It’s still incredibly beautiful here. I forgot. In the spaces between the rains the sky runs and falls; gathers itself and plunges again towards the sea. Cumulonimbus titans strike their shins on the horizon line as they stumble through the Mediterranean, dead drunk and anxious to reach Ithaca. This is a place where mothers still name their sons Ulysses.

Caulonia under stomy skies.
Caulonia superiore under stomy skies.

The houses are like barnacles on a rock; roof tiles buried in lichen and slathered with concrete where they meet at the crown in an uneasy sea-sick ridge. Below the rust-eaten white iron boundary of the balcony-rail I can see two flaps of a prickly pear struggling out from between two heavy arcs of terracotta.

Morning light on the Ionian Sea
Morning light on the Ionian Sea from Piazza Belvedere

The edge of the sky at dawn over the water is like Montale’s description, a singing strip of metal lath, a kite string straining against the rebounding vault of blue. His was the western sea, the Ligurian coast, a sunset light. Here the Ionian dawn makes eastern music…Jove’s mute mistress writes her name in the sand with a round hoof…IO.

Gioiosa Ionica
Gioiosa Ionica
Looking up at Caulonia from the East.
Looking up at Caulonia Superiore from the East.

New Translation: Eugenio Montale’s “Corno Inglese”

Eugenio Montale

English Horn

The wind this evening attentively plays
-bringing to mind the ringing metallic
slip of a blade-
the instrument of thick trees and open
copper horizon
where the lath of light yanks itself straight
like kites to the sky rebounding

(Traveling clouds, pale realms
of above! Of the high Eldoradeans
ill-closed door!)

and the sea that flake by flake
of mute, livid colours
thrusts at the ground a blast
of twisted foam;
the wind that births and dies
within the slowly darkening hour
may also be singing to you this evening,
disused instrument,
heart.

Corno Inglese

Il vento che stasera suona attento
-ricorda un forte scuotere di lame-
gli strumenti di fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba

(Nuovole in viaggio, chiari
reami di lassu! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)

e il mare che scaglia a scaglia
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.

Estate al Mare Liguriana

Le cose grandi, la vista larga, sono generiche. La costa mediterranea c’è piena di lavanda e gli altri arbusti, essiccati sotto il sole d’estate, che emanano il profumo di curry e timo. L’occhio e la bocca prèndono il sapore di qualcosa stringata ed ocra nel mezzo di questa verde bruciata. Che lascia un sapore metallico sulla punta della lingua, nel bacino della retina, nichel-cadmio, un centesimo leccato.

C’è anche il mare stesso che diffonde tutto. I piccoli sassi stanno nel fondale marino mormorando: “Zita…zita…zita…” alle onde felici e turbolente. Le onde si occupano di ridisegnare il litorale; scavano sempre più sassi per consigliare il silenzio.  Alla riva, qualche sassi hanno preso il colore del rame ossidato che emerge dal caos generale di grigio striato con bianco.

Le cose chi sono particolare sono contemporaneamente universale dai terrazzi delle apertamente in affitto per l’estate: la banalità di bougainvillea e cedro; il cemento e le piastrelle; la tavola bianca, il parasole della spiega, le sedie pieghevole; i zaini stipato di teli da mare. A terra, tra i formici, sono briccole e i giocattoli di plastica. Sopra la tavola è l’ombrellone e l’ombra della farfalla circumvolante la su.

Dove è qui, esattamente? FRAMURA, frazione ANZO sopra COSTA e la stazione ferroviaria. Le sedie pieghevoli sono i tipi vecchi, fatto in legna con i meccanismi in metallo un po’ arrugginito. Una volta sono stati verniciati di bianco ma, forse l’anno scorso, qualcuno ha riverniciato un colore che il colorificio potrebbe chiamare  “Cotê d’Azure”. L’ombrellone sopra la tavola è coperto in una tela rossa-ciliegia distesa sul sei stecche di legno. Un fruttuoso ramo di cedro ha invaso il spazio sotto il bordo dal ombrellone più lontano da me. Tutti i faci degli fogli chi stanno guardando sopra prendano la luce riflessa e fanno la sfumatura cromatica: rosso-rossiccio-marone-nero. Il contrasto tra il verde sotto e la superficie rossoscuro degli fogli fa ogni margine di transizione nitido come una lettera d’araba incisa in argento.